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sabato 10 maggio 2014

"I gladiatori" di Christian Mann

Dopo l'ultimo viaggio, e pur avendo in passato dedicato diverse letture all'argomento, mi sono accorto che serviva una rinfrescata.
Per questo ho appena letto "I gladiatori", un libro di Christian Mann.
Obiettivi prefissati : riscoprire i meccanismi coi quali il potere dell'Impero controllava popolo e province, ma anche tutte le implicazioni psicologiche legate al fenomeno dei gladiatori.
Il risultato è stato raggiunto.
Il libro è molto curato ed essenziale,sintetico ma affascinante.
Se siete stanchi dei cliché di Hollywood e volete affidarvi alle verità documentate,non perdete questo libro.


lunedì 14 aprile 2014

BEPPE GRILLO "SE QUESTO E' UN PAESE"

Ho sempre pensato che la sostanza sia infinitamente più importante della forma, con alcune rare eccezioni.
Il post comparso sul blog di Beppe Grillo "Se questo è un Paese", "liberamente ispirato alla poesia <<Se questo è un uomo>> di Primo Levi", rappresenta proprio una di queste eccezioni.
Condivido quasi integralmente la sostanza del testo del post, ma l'aver usato e modificato a proprio uso e consumo i versi di Primo Levi rappresenta per me una vera e propria profanazione etica,morale e civile. 
Non voglio unirmi al coro di quelli che inveiscono contro Grillo, vedendo dietro a questo post chissà quale ragionamento perverso, ma ritengo che sia stata una caduta di stile incredibile,impensabile.
Ma nel post, oltre all'ignobile utilizzo della poesia di Levi, viene riportata anche un'oscena foto ritoccata: nella foto che mostra dell'insegna dell'ingresso al campo di concentramento, "Arbeit macht frei" è stato modificato in "P2 macht frei". Una porcheria che lascia senza parole.
Non so se sia stato quell'acuto senso di onnipotenza che coglie chi si trova a vestire i panni del capopopolo o più semplicemente una sciatteria etica, ma credo che Grillo farebbe bene a chiedere scusa, chiudendo in questo modo la cosa
Ora, spero davvero che Grillo si renda conto e proceda nell'ordine a:
- chiedere scusa pubblicamente;
- cancellare quell'ignobile post;
- chiedere nuovamente scusa pubblicamente;

Per il rispetto che ogni uomo giusto deve alla memoria di milioni di persone uccise dalla follia nazi-fascista, per il rispetto che ogni uomo deve alla propria dignità ed a quella di ogni altro essere umano, si deve ricordare la Shoah solo ed esclusivamente per commemorare le vittime,per non dimenticare e per far sì che non accada mai piu'.

Chiunque giustifichi quel post con motivazioni quali "è stato un modo per parlare di Primo Levi" o sminuendo la gravità della cosa, si vergogni almeno quanto chi l'ha scritto.

domenica 6 aprile 2014

MI CERCARONO L'ANIMA-STORIA DI STEFANO CUCCHI

Ho letto il libro di Duccio Facchini "Mi cercarono l'anima.Storia di Stefano Cucchi" e fatico a trovare le parole per esprimere il dolore profondo che ho provato nel ripercorrere questa tragedia.

A suo tempo, come tanti,mi ero documentato sui giornali ed avevo seguito gli sviluppi processuali, ma leggere questo libro mi ha fatto capire che il tempo,purtroppo, spesso lima gli spigoli anche delle storie più tristi e drammatiche.
La sentenza di primo grado,da rispettare, a mio parere non risponde all'esigenza di giustizia e verità per Stefano,per la sua famiglia e per l'Italia intera.

Per questo,come tutti(o quasi),aspetto che la luce della giustizia arrivi a scacciare le tante ombre che ancora si allungano tetre.
Il libro smuove la rabbia,l'incredulità,  ma anche un senso di umana pietà che alla fine ha la meglio.
Un libro che parla alla coscienza di tutti.

Stefano vive nel cuore degli uomini giusti!



lunedì 24 marzo 2014

ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

Il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine fu perpetrato un crimine contro l'umanità, contro l'Italia.
Il nostro impegno deve essere quello di non dimenticare.
E' solo conservando la memoria di ciò che è stato che si possono rinforzare gli anticorpi contro ogni rigurgito di fascismo.
E più i tempi si fanno cupi, più importante è ricordare.
Nessuno ha ignorato il parallelo tra la crisi del '29 e quella di oggi.
Ricordare,sempre!

sabato 22 marzo 2014

PIER PAOLO PASOLINI

"Terra di infanti, affamati,corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, 
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino! Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci 
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti"
(P.P.Pasolini)

domenica 16 marzo 2014

MALEDETTO SUD DI VITO TETI

Oggi voglio parlare di un libro che è un piccolo scrigno pieno di tesori.
Quando ho scelto di leggerlo, bontà mia, pensavo si trattasse solo di un piccolo saggio antropologico su razzismo e luoghi comuni sui meridionali. 
Intendiamoci, mi sarebbe bastato e avanzato anche solo così.
Ed invece vi ho trovato dentro poesia, psicologia, filosofia, etica, estetica, morale, storia, e chissà quanto altro ancora.
Con la scusa di spiegare quanto siano ingiusti e falsi i luoghi comuni appiccicati nel tempo a noi meridionali, Vito Teti prende per mano il lettore, accompagnandolo sulla via della serenità interiore.
E' un libro per gli emigranti (come me), ma anche per i "rimasti".
E' un libro per gli "spaesati", gli anarchici istituzionalizzati, i sognatori stanchi, i melanconici auto-assoltisi.
E' un libro che, e questo per me è un vero miracolo, mi ha fatto fare qualche passo verso la pace interiore, facendomi dimenticare per un po' la mia mai sanata condizione di emigrante nostalgico e disadattato.
Una delle frasi che spesso mi rigira nella mente, specie quando nel mio mare della nostalgia c'è bonaccia, è "l'anima non emigra".

E lo penso davvero.
Penso davvero che si possa emigrare portandosi dietro i sogni, il cuore ed il cervello, ma non l'anima.

L'anima è troppo pesante per essere anche solo trascinata di qualche passo fuori dai confini dei luoghi della propria infanzia.
Il miracolo di questo libro è che, anche solo per il breve scorrere delle sue pagine, ho sentito l'anima abbandonare la mia Calabria e raggiungermi qui per la prima volta.
L'invito a leggerlo è un dovere morale.

lunedì 3 marzo 2014

STEPHEN KING:STAGIONI DIVERSE

Penso capiti a tutti gli uomini e, quindi, accetto con serenità (#papitostaisereno) il fatto che le mie "scimmie" siano cicliche. Alcune non mi mollano mai (gli scacchi, la bici, il blog, la politica, l'Opera,  gli audiolibri, la chitarra e il mandolino), altre tornano ad ondate.
Ecco, la scimmia Stephen King è tornata da qualche settimana, e reclama la sua dose di banane!
Ho appena finito di rileggere (storicamente sarà la terza,quarta volta) l'intramontabile "Stagioni diverse" e sono grato ai miei vistosi cali di memoria.
Ricordavo per grandi linee le storie, ma non le magiche atmosfere che regalano quelle pagine.
King è davvero un maestro inimitabile.
Tra l'altro, in questo libro c'è uno dei racconti che in assoluto preferisco: "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", dal quale hanno tratto l'ottimo film "Le ali della libertà".
Come sempre, vi consiglio di leggerlo.
Ah, ho comprato il suo ultimo libro "Doctor Sleep" ma ancora non l'ho iniziato.
L'ho messo accanto al mio ukulele, e mi gusto l'attesa.
Una sofferta ma piacevole attesa.
Devo prima leggerne altri 3 ("Maledetto Sud" di Vito Teti, "L'Anarchia" di Errico Malatesta e "Prigioni della mente" di Adriano Zamperini).
Alla prossima....



sabato 25 gennaio 2014

PHILIP ZIMBARDO - L'EFFETTO LUCIFERO (CATTIVI SI DIVENTA?)

Per i non addetti ai lavori, come me, Philip Zimbardo è di certo uno dei più noti psicologi sociali anche e soprattutto grazie al suo famosissimo Esperimento Carcerario di Stanford degli anni '70.
Già, l'Esperimento Carcerario di Stanford... così importante e rivoluzionario che, secondo me, dovrebbe essere studiato a scuola (e non solo all'università).
Volendo semplificare in modo brutale(giusto per restare in tema) il suo esperimento, diciamo che Zimbardo ha ricostruito un carcere fittizio negli scantinati dell'Università di Stanford, facendo vivere l'esperienza guardie/detenuti a ragazzi volontari perfettamente normali. Da prof.di psicologia, la sua idea era quella di studiare il comportamento dei "detenuti" per 15 giorni ma, come ammetterà poi candidamente, è dalle "guardie" che ha avuto gli stimoli più importanti per il suo studio. Egli stesso è caduto vittima dell'esperimento, divenendo in quel frangente un "sovrintendente" carcerario paternalistico ("dimenticando" quasi il suo vero ruolo di ricercatore). Il fine dell'esperimento era quello di individuare una visione alternativa a quella "classica" rispetto ai meccanismi che determinano il concetto di bene e male. 
Il male che un essere umano produce con le sue azioni deriva esclusivamente da fattori disposizionali, come  vuole l'approccio classico o, e qui la grandezza di Zimbardo, è generato piuttosto da forze situazionali che snaturano nel profondo chi ne è vittima?
In sostanza, che importanza hanno le situazioni sul singolo soggetto?
Intendiamoci, prima della lettura di questo libro avevo già le idee chiare sul fatto che le condizioni esterne nelle quali si sviluppa un soggetto determinino in modo decisivo le sue scelte e le sue azioni.
Ma il valore della ricerca di Zimbardo è inestimabile, perché dimostra un assunto difficilmente immaginabile e sintetizzabile con un concetto molto semplice: "se si mettono delle mele sane in un cesto guasto, le mele divengono marce". 
Quando ci si confronta con persone che hanno messo in atto azioni abominevoli (p.e. i nazisti nei campi di concentramento), si prende le distanze da questi  "mostri", con la certezza di non essere in grado in nessuna situazione di compiere gli stessi atti barbari. L'etichetta di "mostri" è un modo per renderli diversi da noi e per non considerarli umani. Le mele marce nel cesto sano.
Zimbardo ha dimostrato che, se posti nelle giuste condizioni (e con sufficienti forze situazionali), anche soggetti "normali" (come noi!) sono in grado di macchiarsi dei più ignobili e barbari dei reati.
So che è difficile da credere, ma è così (fareste bene ad accertarlo, proprio per cercare di resistere nel caso le situazioni coinvolgano voi).
E il suo Esperimento lo ha dimostrato in modo lampante.
L'importanza di queste valutazioni è quella di spostare l'attenzione più che sulle mele marce, che comunque devono pagare, sui "cesti guasti" e sui sistemi che li realizzano. Non si tratta del "buonismo" che vuole giustificare i criminali, addossando ai mali della società i reati commessi. No. 
Si tratta dell'influenza che le situazioni determinano sugli esseri umani "normali".
Zimbardo pone l'attenzione sui sistemi malati che, purtroppo, spesso (sempre) sono costruiti proprio per esaltare l'effetto Lucifero.
L'effetto Lucifero spiega la "banalità del male" e, per differenza, l'altrettanta "banalità del bene".
Interiorizzare l'importanza dei fattori situazionali può prevenire il male e può far prevalere il bene.
Questa è la grandezza di questo studio!

 (M.C. Escher, Illusione con angeli e diavoli)
Ma il libro di Zimbardo fa anche un importante parallelo tra l'Esperimento Carcerario di Stanford e le torture di Abu Ghraib, mostrando le impressionanti analogie tra i due casi e, quindi, scaricando la giusta responsabilità anche sui vertici militari che, non solo hanno permesso quell'orrore, ma non l'hanno neanche previsto. Insomma, solo se si ignora l'Esperimento di Zimbardo si può non prevedere le torture di Abu Ghraib.
Gli spunti nel libro sono però tanti altri. 
Si parla delle scoperte della psicologia sociale, dei tanti esperimenti famosi (Milgram, Asch, ecc), delle varie teorie ("la finestra rotta" tra le altre), dei concetti di eroismo, rivoluzione, bene, male, ....

Alla fine però, da ottimista quale si autodefinisce, Zimbardo ci regala anche un importantissimo decalogo di regole basilari per resistere all'immenso potere del sistema. Poche semplici regole per restare una mela sana, anche in un cesto malato (o almeno per provare a restare sano).

L'ultima frase con la quale Zimbardo chiude il libro è  di Aleksandr Solzenicyn :"La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno. Chi distruggerebbe un pezzo del proprio cuore?"

Alla fine, per conto mio quello che posso fare, come al solito, è invitarvi a leggerlo perché merita davvero.

questo il link di Zimbardo:





venerdì 10 gennaio 2014

JOHN BROWN

Ci sono storie che andrebbero raccontate ogni giorno, perché parlano di uomini speciali.
Oggi il mio pensiero vola a John Brown, un uomo che ha dato la vita per difendere la libertà degli schiavi.
E' passato tanto tempo, certo, e non è più il colore della pelle a determinare la condizione di vita degli uomini (almeno in una parte del pianeta). Ma la schiavitù non è scomparsa. E' cambiata e, forse, è meno visibile di prima, ma non è certo scomparsa. Oggi gli schiavi sono i lavoratori precari ai quali è stata tolta ogni dignità ed ogni speranza. Oggi gli schiavi sono i giovani vessati da un mondo del lavoro indegno. Oggi gli schiavi sono gli operai cinesi sfruttati e trattati come bestie nelle fabbriche clandestine che facciamo finta di non vedere. Oggi gli schiavi sono gli extracomunitari senza permesso di soggiorno, sfruttati da italianissimi imprenditori che magari votano per partiti che sono platealmente xenofobi. Oggi gli schiavi sono i lavoratori cinquantenni, buttati in mezzo alla strada dal "genio" di turno (vedi il metalmeccanico Italo-canadese, con la residenza in Svizzera però...), dopo 30 anni di lavoro onesto col quale ha ingrassato il culo dei padroni.
Oggi gli schiavi sono gli uomini senza speranza e senza futuro che, lasciati soli ed indifesi, si suicidano tra l'indifferenza generale.
Oggi più che mai servirebbero non uno ma cento, mille, diecimila John Brown!

mercoledì 8 gennaio 2014

POLIZIA VIOLENTA: SERVE IL NUMERO DI RICONOSCIMENTO SUBITO!


Agli italiani informati, purtroppo sempre troppo pochi, la puntata del programma TV "Presadiretta" sui tanti casi di violenza di poliziotti contro cittadini inermi non deve aver detto molto di più di quanto già non sapessero.
La speranza è invece che, ai tantissimi italiani che ignorano il problema, purtroppo sempre troppi, la visione di quelle scene atroci ed il racconto delle storie di giovani uccisi a manganellate da "servitori dello Stato" possa aprire gli occhi.

Sono argomenti complicati, lo so, ma devono essere affrontati.
L'idea che alcuni poliziotti, dopo aver ucciso con barbara violenza un ragazzo inerme, possano farla franca (o scontare pene ridicole), in quanto coperti in ogni modo dai superiori, è un qualcosa che non riesco a metabolizzare. Non parliamo poi della facilità con la quale si lascia gli stessi soggetti al proprio posto, liberi di inquinare le prove, minacciare i testimoni e, incredibile a credersi, in servizio per le strade.

Quasi sempre, quando si toccano questi temi, ci si concentra sui tantissimi agenti onesti che, per quattro spiccioli e rischiando la vita, fanno ogni giorno il proprio dovere, minimizzando invece le poche "mele marce" che si macchiano di reati orribili. Questo approccio può andare bene ma solo se alle parole seguono i fatti: le "mele marce" devono essere punite come ogni altro cittadino (col carcere!) e licenziate in tronco.
Non devono essere difese direttamente o indirettamente, facendo quadrato per interesse di "corporazione".

Non devono essere addirittura premiate con avanzamenti di carriera, come avviene quasi sempre..
Non devono essere lasciate libere di condizionare il processo a loro carico.
Questi soggetti devono essere giustamente processati e, se condannati, devono finire in carcere.
Punto.
Sono stanco di sentir ripetere "la divisa non si processa"!
Basta!
Sentire poi le motivazioni con le quali i politici e gli alti dirigenti della Polizia giustificano il loro no all'adozione del numero di riconoscimento sul casco dei poliziotti è un insulto alla civiltà!
Ogni dipendente pubblico deve poter essere riconoscibile mentre svolge il proprio lavoro perché rappresenta lo Stato e, in caso di abuso, deve essere individuato e punito.
Evidentemente per i poliziotti questo non vale.
Ed è secondo me il senso di impunità che agisce da amplificatore di questi atti di violenza ignobili e vigliacchi. Vedere 4 o 5 poliziotti infierire con violenza inaudita su di un uomo riverso a terra e già immobilizzato è qualcosa che ferisce nel profondo la dignità del nostro popolo.
Ma vedere poi tutte le azioni di copertura dei superiori è ancora peggio.
BASTA!
BASTA!
BASTA!
I casi sono talmente tanti che non sarebbe giusto citarne solo alcuni; 
l'indifferenza che l'Italia mostra (tranne rare eccezioni) deve far riflettere.
In attesa che la politica (che fa schifo l'ho detto?) trovi il modo di evitare il ripetersi di queste atrocità e, soprattutto, che si innalzi l'urlo di protesta del popolo, non mi resta che rassegnarmi. 

Per chiudere, vorrei esprimere la mia totale vicinanza alle vittime di questi che, a tutti gli effetti, sono e restano "omicidi di Stato" ed alle loro famiglie. 

ANDREA CAMILLERI: LA BANDA SACCO

Ho appeno letto il libro "La banda Sacco" di Andrea Camilleri.
Un gioiello di valore inestimabile, non solo perché scritto con la solita maestria, no.
Anche e soprattutto per la storia che racconta, quella della famiglia Sacco.
Una famiglia che non si è piegata alla mafia ed anzi l'ha combattuta, mostrando il vero valore dei così detti "uomini d'onore": nessuno!
Una storia che permette di comprendere (ma c'è davvero qualcuno che non l'ha capito?) quale sia il male che la mafia arreca al  territorio nel quale si annida, in ogni senso (civile, sociale, economico, morale,...).

Una storia che racconta anche le colpe della politica dello Stato, collusa coi mafiosi.
Una storia che chiarisce (ma c'è davvero qualcuno che non l'ha capito?) quanto male abbia fatto il fascismo all'Italia, al Sud ed alla Sicilia.

Una storia che parla anche e soprattutto d'amore. L'amore che la famiglia Sacco aveva per la Sicilia, per l'onestà.
Una storia vera.
Un libro CONSIGLIATISSIMO, soprattutto in questi anni tristi nei quali la (presunta?) "trattativa" tra Stato e Mafia del '92 sta scemando nel silenzio irreale dell'omertà delle Istituzioni...


lunedì 6 gennaio 2014

22/11/'63 DI STEPHEN KING

Ho letto tanti libri di Stephen King, ma non tutti per fortuna.
In questi giorni di vacanza, dopo averne abbandonati diversi (e quando abbandono un libro io vuol dire che è veramente una schifezza inaudita), ho affrontato l'immenso tomo "22/11/'63" che mi ero ripromesso di leggere da qualche tempo.
Cosa posso dire?
Un libro spettacolare!
King ha dato spesso prova del suo talento, cadendo ogni tanto anche lui su qualche buccia di banana, ma dimostrando nella sua lunghissima carriera di essere uno degli scrittori più bravi del suo genere.
Questo libro è da annoverare tra i suoi capolavori.
La storia la faccio breve, perché (come al solito) non voglio anticiparvi nessuna sorpresa (e ce ne sono tante), ma immaginate un thriller che narra le vicende di un americano del 2011 che si trova proiettato indietro negli anni '60, e che si pone l'obiettivo di impedire l'omicidio di JFK.
Detta così sembra una storiellina a metà strada tra "Ritorno al futuro"  e "Terminator", ma la maestria di King è stata tale (come al solito) da aver imbastito un racconto che (come al solito) tiene il lettore col fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina. Il rigore storico, la fantasia, le descrizioni minuziose, tutto è al posto giusto in questo libro(come al solito). Persino il finale che, di solito nei libri di King cala un pochino, resta maestosamente dinanzi al lettore in tutta la sua cristallina genialità, nonostante le 700 e più pagine macinate per vederne l'ultima finire.
Davvero un bel libro(come al solito).
Immagino (e spero) che presto divenga un film, anche se ho paura che la pellicola non potrà comunque rendere il giusto tributo a questo libro(come al solito).
Consigliatissimo!

Unico difetto? Un po' troppo lungo(come al solito)!



martedì 31 dicembre 2013

VILLAGGIO OPERAIO DI CRESPI D'ADDA

Oggi, prima del cinema e vista la giornata di sole, ho convinto Saso e Zupacchiotta a fare un salto allo splendido "villaggio operaio" di Crespi d'Adda. C'eravamo già stati in passato, ma il fascino di questo piccolo borgo di fine '800 è tale da meravigliare anche chi ci torna spesso.
(Qui il sito ufficiale)
Naturalmente non penso che all'epoca gli operai facessero una vita invidiabile, ma credo che la loro situazione fosse comunque (di gran lunga) migliore di quella dei lavoratori precari di oggi.
Se confrontiamo poi gli imprenditori del tempo, in questo caso i Crespi, con quelli odierni, i primi appaiono come dei veri e propri illuminati. Tranne rare (rarissime) eccezioni, niente a che vedere con i cinici, avidi e ignobili "prenditori" di oggi!
L'impressione è che i Crespi avessero colto quello che è uno dei principi basilari della buona impresa: il benessere dei propri lavoratori è un valore aggiunto che ritorna all'imprenditore in termini di qualità del lavoro e, quindi, di "prodotto" fornito. La fortuna di un'azienda è legata alla qualità del prodotto realizzato (o servizio fornito), la quale è a sua volta legata alla qualità del lavoro e, in una catena indissolubile, al benessere dei lavoratori. 
Un principio che oggi è stato di fatto sacrificato all'altare del profitto, da massimizzare ad ogni costo, calpestando la dignità dei lavoratori nell'indifferenza assoluta (leggi complicità) di chi dovrebbe vigilare (lo Stato?). Il benessere di un'azienda, se vuole essere duraturo (o permanente), non può prescindere dal benessere della comunità. I nostri "prenditori" di oggi invece sanno solo sfruttare, delocalizzare,precarizzare, speculare, devastare (risorse e natura) e, presto o tardi, fallire!
  
Se avete la possibilità, fate una gita a Crespi d'Adda. Merita davvero!
Ah, è stato anche patrimonio dell'umanità UNESCO (e questo, fortunatamente, l'ha salvato dallo scempio della speculazione edilizia!).
Tra le molte curiosità, ve ne segnalo solo 2:
- la chiesa che i Crespi vollero realizzare per il loro villaggio è una copia in scala ridotta del Santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio (perché erano originari di Busto);
- sulla porta del mausoleo del cimitero, è riportata la seguente scritta latina : 
  "Mors et vita duello conflixere mirando: mors mortua est"
   (Morte e vita si sono affrontate in un duello prodigioso: la morte ha perso) 

Vi lascio qualche foto della nostra visita.

domenica 29 dicembre 2013

PIETRO VALGOI

Prima, senza una ragione evidente, ho visualizzato un'immagine di Profondo Rosso, provando un sottile piacere nello scoprire che ricordavo il nome dell'uomo con la quale la sensitiva tedesca parla in una scena secondaria all'inizio del film: Pietro Valgoi.
Per mera (ed inutile) curiosità ho cercato questo nome su Google, scoprendo che:

1)  i primi riferimenti sono proprio al Valgoi del Film
2) il primo Pietro Valgoi "reale" si incontra in un "FOGLIO D'ANNUNZJ" del "Privilegiato Messaggiere Tirolese" del 12 Febbraio 1830; 
3) il secondo Pietro Valgoi è un emigrante trentino in Argentina, socio fondatore nel 1926 del Circolo Trentino di Villa Regina; 
 4) il terzo Pietro Valgoi che si incontra è un eroe martire di Cefalonia, fucilato dai tedeschi perché si è offerto al posto dei suoi soldati (era capitano); (in realtà qui è citato come Antonio e non Pietro. Chi sbaglia?) 
5) il quarto è un emigrante italiano nato nel 1878 e registrato ad Ellis Island....

e così via!

E quindi direte voi?
Che senso ha questo post?
E mica deve per forza avercelo un senso!
In ogni caso, volendo per forza trovare una "morale", credo che questa "ricerca" sia la dimostrazione dell'enorme potere della rete.
Un nome apparentemente inutile, riferito tra l'altro ad un personaggio immaginario di un film, eppure guardate quante letture da approfondire. Emigrazione italiana in Argentina, Guerra di Liberazione, Eccidio di Cefalonia, emigrazione italiana negli USA, Ellis Island, e chissà quanto altro ancora.






sabato 28 dicembre 2013

KASPAR HAUSER, RIFLESSO ASSOLUTO O CONDIZIONATO?

Giorni fa mi aggiravo per una libreria alla ricerca del mio auto regalo natalizio (come al solito ne ho già parlato), quando ad un tratto mi sono ritrovato tra le mani un libro tra i miei preferiti. Preso dalla voglia di cogliere anche solo qualche frase, nettare già noto ma del quale resto goloso, ho iniziato freneticamente a leggere una pagina aperta a caso, concentrandomi in modo totale. Ho tirato giù la leva del pilota automatico, lasciando attiva solo la squadra "riflessi assoluti" ed addentrandomi nella foschia dell'inconscio catatonico tipico dell'assente ingiustificato. Insomma, quello stato di concentrazione nel quale mi "sveglio" solo se chiamato per nome, smosso da un contatto fisico o da un rumore inusuale e/o inatteso (tipo esplosione).
Scomparsa alle mie orecchie ovattate la musica "empatica" della libreria (quella studiata per favorire lo stato d'animo da acquisto d'impulso, riflesso indotto da auto_coccola andante), il vociare sommesso dei clienti, quello più acuto delle commesse,  perfino il "fischio" del whatsapp appena arrivato o gli immancabili squilli dello smartphone pagato a rate, moderni echi delle decadenti metropoli affollate da bimbiminkia quarantenni senza fede da poco, come denuncia la striscia di pelle chiara che avvolge ancora l'anulare, navigavo indisturbato nel mio mare d'estasi, col vento in poppa. Quanti sensi possiedo realmente in quello stato? Escludendo quelli direttamente coinvolti dal libro (vista e tatto), direi solo l'udito, ma solo in forma latente.
Ah si, certo, il gusto: perché quando un libro ti prende, anche il gusto partecipa alla festa!
I minuti passavano (senza che me ne rendessi naturalmente conto), quando quei due o tre neuroni della mia squadra riflessi hanno ammutinato un numero sufficiente di "colleghi" per permettere alla mia bocca di dire una frase tipo :"quando trova questo libro, me lo faccia avere. La prego!"
Come quell'orrido trillo che è la sveglia del mattino, così le mie parole mi hanno fatto tornare "sveglio" ed alla realtà della libreria, ed ho messo a fuoco la scena che avevo dinanzi. Una signora ed una commessa parlavano di un libro che la prima cercava e, tapina, la seconda non trovava.
Quale libro?
La vera storia di Kaspar Hauser!
Ora, che esista o meno un libro con quel titolo, non è questo che conta per me.
La cosa che mi ha affascinato è stato il qualificare il tipo di riflesso che ha effettivamente azionato il mio cervello. E' stata davvero la "squadra riflessi assoluti" ad intervenire, o piuttosto quella dei "riflessi condizionati"?
Sembra una domanda di poco conto, ma così non è (almeno per me).
Ho provato a pensarci un po' e, questo, è quello che ho capito.
Quello che so (e che sa anche il mio inconscio) è che la vera storia di Kaspar non è nota. Si sono fatte mille ipotesi, più o meno credibili, e si è parlato di mistero, enigma, leggenda, ma niente che sia qualcosa di certo in merito alle origini del "Fanciullo d'Europa". Quindi, quando la signora ha chiesto alla commessa il libro della "storia vera" la mia risposta automatica puo' essere stata prodotta dall'emisfero sinistro, intento a razionalizzare il "ripristino della verità", ovvero dall'emisfero destro, portato a scacciare d'istinto una cosa falsa (e quindi nociva?). Dette così sembrerebbero più o meno la stessa cosa, ma la differenza è sostanziale. Quando ad esempio si poggia una mano su di un oggetto troppo caldo, è l'istinto ad attivare il riflesso automatico che la allontana dal calore, e non certo il riflesso condizionato dal pericolo di ustione. Per contro, quando si poggia la mano su di un oggetto che ci si aspetta caldo(perché magari c'è stato detto), la reazione è indipendente dal fatto che lo sia davvero o meno (se appena poggiata la mano sull'oggetto, qualcuno urla "attenzione", la nostra mano scappa via anche se è freddo come il marmo).Ma quando invece, dopo un'abbondantissima colazione, può capitare che si abbia l'impressione di aver fame, solo perché si è raggiunta l'ora di pranzo, ci si trova dinanzi ad un riflesso condizionato(è l'una, devi avere fame!) o a manovrare il nostro agire è invece l'istinto (il più mangi, più possibilità hai di "sopravvivere"dell'istinto di conservazione)? 
Ricapitolando, perché senza averne coscienza mi sono rivolto alle due donne con quella frase, considerando che, dato il mio carattere notoriamente da orso, in condizione vigile non l'avrei mai fatto?
Pur propendendo per il riflesso condizionato (il fatto che nella "frase" ho  usato  il lei e non il tu depone più verso la ragione che verso l'istinto), spero che sia invece un riflesso assoluto.
Perché?
Perché dopo anni ed anni di adorazione incondizionata (e non corrisposta) nel mio emisfero sinistro, da qualche tempo frequento di nascosto anche il tempo dell'emisfero destro. Sto studiando da adepto della setta di istintology!

NB: dimenticavo di dirvi che la reazione delle due donne è stata la più scontata. Mi hanno del tutto ignorato, guardandomi con gli occhi sgranati di chi sta osservando un fuori di testa. 
Ma come non capirle?

NB2: il libro che stavo leggendo? Volete sapere troppo!

NB3: evito di rileggere il post per ovvie ragione (rischio di cancellarlo) e, quindi, se è privo di senso sapete perché. No, anzi. Diciamo che se  è privo di senso, come spesso capita, questa volta non è una cosa voluta.

Saluti condizionati

28 DICEMBRE 1908: ORE 5:21, MESSINA E REGGIO CANCELLATE IL 37 SECONDI

La Tragedia
Ogni anno il 28 dicembre il mio pensiero vola a quell'immane tragedia che cancellò centinaia di migliaia di uomini, donne, bambini, insieme a due città meravigliose: Messina e Reggio Calabria. 
Le città che possiamo vedere oggi (soprattutto Reggio Calabria) non hanno quasi più niente della bellezza originaria. Ho letto diversi libri su questo terremoto tremendo, cercando di documentarmi al meglio, perché credo che solo riscoprendo il passato si possa tentare l'ardua impresa di evitare gli stessi errori in futuro. In tanti, troppi, si nascondono dietro il fatalismo del "se deve accadere c'è poco da fare", ma io credo che rispondere a due domande sia un obbligo morale: ma se arrivasse oggi una scossa di 7.2 scala Richter, con annesso Tsunami, Messina e Reggio farebbero la stessa fine che fecero nel 1908?
E se si, la responsabilità sarebbe davvero solo della natura "assassina" ?

il Fatalismo e la bellezza imperante
Il fatalismo è un motore potente che guida da molto tempo i meridionali (come me), allontanandoli spesso da una  realtà che se affrontata dispera. Per me fatalismo e speranza sono i carnefici di coscienza e dignità.
Riscoprire quel moto di vergogna che attanaglia i cuori del popolo meridionale, catalizzandolo verso uno slancio d'orgoglio, rappresenterebbe una soluzione definitiva allo stato di sottosviluppo cronico che forse è più devastante del terremoto stesso. Mi intristisco spesso per il mio Sud, e per tutto quello che dovrebbe essere e non è. Mi intristisco se penso alla rassegnazione con la quale si accetta l'idea che emigrare sia l'unica soluzione. Mi devasta il brutto che scorgo in tante cose, nonostante natura e storia dicano che in un passato non troppo lontano queste terre erano la cosa più vicina al paradiso.
Il regno dove la bellezza regnava incontrastata; una bellezza così intensa che anche oggi, nonostante gli scempi che ben sappiamo, si fa fatica a non cogliere. Una bellezza che, ed ecco che cado anche io vittima della speranza,  presto o tardi tornerà a regnare incontrastata.

Il ponte
Il 28 dicembre del 1908 lo Stretto di Messina ha visto la fine del mondo, e pensare ai politicanti che oggi pensano alla costruzione del ponte, ferisce nel profondo.
A prescindere dall'inutilità dell'opera faraonica in questione, sempre che si faccia davvero (naturalmente non ci credo), disturba immaginare che, probabilmente, dopo una scossa del 7 grado Richter resterebbe in piedi davvero solo il ponte. Il solo fatto di parlarne, del ponte intendo, dovrebbe offendere chiunque sia dotato di un minimo di coscienza. L'idea del ponte è figlia della vanità e del malaffare. Una cattedrale nel deserto inutile, costosa e dannosa. Ma avete sentito qualche politicante parlare di finanziamenti per la prevenzione delle catastrofi naturali? Per la messa in sicurezza dei centri storici? Per i piani di emergenza ed evacuazione? Niente. La verità è che oggi non si sa neppure quale sia lo stato reale del già costruito. Cementi depotenziati, armature mancanti, materiali scadenti, abusivismo, queste sono le tessere che insieme ad indifferenza e menefreghismo formano il mosaico orrendo delle tragedie. Tanto si dovrebbe fare. Anzi, tantissimo.
Ma non si fa niente. NIENTE. E c'è ancora in giro gente che parla di costruire il ponte.

preghiera laica
Penso alle tante vittime del 1908 e, anche se da non credente, rivolgo a loro la mia preghiera laica di commemorazione.

NB: questo post era nato con il solo scopo di ricordare l'immane tragedia. Purtroppo, come sempre, mi sono lasciato trasportare dai sentimenti ed ho perso lucidità, mischiando il tutto col niente e toccando tanti temi senza approfondirne nessuno. Ma chissà in passato quante altre volte ho già ripetuto questi concetti e quante volte ancora li riproporrò in futuro.

domenica 22 dicembre 2013

ERNESTO CHE GUEVARA: LATINOAMERICANA, I DIARI DELLA MOTOCICLETTA


Quest'anno per Natale mi sono fatto proprio un bel regalo.
Il libro di Ernesto Che Guevara "Latinoamericana-I diari della motocicletta".

Il libro che racconta il viaggio che i giovani Ernesto Guevara e Alberto Granado fecero nel 1951 attraverso il Sud America, in sella alla loro sgangherata moto romanticamente ribattezzata "Poderosa II".
Avevo già visto il film che è stato tratto dal libro, e quindi conoscevo bene la storia, ma nel leggerlo ho notato molte differenze con quanto raccontato nella pur bella pellicola. Differenze che, se possibile, rendono ancora più affascinante il futuro giovane rivoluzionario. 
So che la cosa farà ridere, e che forse ha tolto parecchia magia al racconto ma, per sentire ancora di più il viaggio, ho seguito le singole tappe su Google Maps, cercando anche le prospettive visive descritte dal Che grazie a Street View. Ho quindi iniziato il viaggio inserendo sulla mappa la città di Cordoba, proseguendo poi tappa dopo tappa, calcolando il percorso all'inseguimento dei due viaggiatori. Quello che ad un certo punto ha restituito la magia che forse avevo sottratto al viaggio, è stato scoprire che il calcolatore di Google si è "crashato" nella stessa tappa nella quale la Poderosa ha abbandonato i nostri eroi. E, come la moto, non c'è stato verso di far ripartire il motore di Google. Del resto, i km che hanno messo insieme lasciano senza parole. In più, considerando il mezzo meccanico col quale si muovevano, i soldi che avevano a disposizione e l'assoluta incoscienza dettata dalla loro giovane età, c'è da restare davvero storditi. Ma il libro è anche tanto altro. E' pura poesia. 
Naturalmente, a colpire in modo emozionante è il travaglio interiore del giovane Ernesto nel corso del viaggio. Un giovanissimo e svagato ragazzo argentino, col solo scopo di spegnere almeno in parte la sua sete d'avventura, si imbatte invece nel suo destino di difensore dei deboli. Ernesto, nel procedere dei km ,inizia a spegnere il suo sorriso giovane, caricandosi della sofferenza degli sfruttati, dei sofferenti e marchiando a fuoco la sua anima per sempre.
Al ritorno dal viaggio, per sua stessa ammissione, Guevara non sarà lo stesso.
Sarà il Che.

E' difficile scegliere qualche frase del libro, perché ognuna meriterebbe di essere riportata nella sua interezza. In ogni caso, tento nell'impresa e scelgo due passaggi:

il primo, più scontato (forse il più noto), è quello che si ritrova all'inizio del libro e riporta la confessione del l'"uomo nuovo" Guevara:
"Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d'Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce, "io", non sono io; per lo meno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra "Maiuscola America"mi ha cambiato più di quanto credessi."

il secondo, non meno scontato del primo, è quello nel quale i due giovani incontrano la coppia di operai cileni (marito e moglie, perseguitati perché comunisti) nel villaggio Baquedano:
"Quella coppia infreddolita, nella notte del deserto, accoccolati una contro l'altro, era una viva rappresentazione del proletariato di ogni parte del mondo. Non avevano neppure una misera coperta con cui scaldarsi, così abbiamo dato loro una delle nostre e noi due ci siamo arrangiati alla meglio con l'altra.Fu quella una delle volte in cui ho sofferto di più il freddo, ma anche quella in cui mi sono sentito un po' più affratellato con questa, per me strana, specie umana..."
A mio parere, quest'ultima frase mostra in modo prepotente il fatto che Guevara fosse già cambiato prima ancora di rendersene davvero conto. Parla della coppia di operai disperati come fosse una specie "strana", con la quale si è sentito un po' più affratellato, ignorando in modo ingenuo il fatto che abbia già perso la sua identità di viaggiatore/avventuriero per seguire il suo istinto di difensore dei deboli. Il gesto d'umanità della coperta è per me la consegna della sua anima agli oppressi della sua terra. Un dono che, purtroppo, a non molti anni dal quel viaggio, lo porterà alla morte.
Leggere questo libro mi ha fatto pensare a quanto manca oggi un uomo come Che Guevara.
Una cosa è certa: se fosse ancora vivo, il mondo sarebbe di certo migliore!

Come si fa a non immaginare che, in questo preciso momento, Ernesto e Alberto stiano solcando qualche strada polverosa tra le nuvole del cielo argentino in sella alla loro Poderosa II?



sabato 21 dicembre 2013

PINO APRILE: IL SUD PUZZA

Ho appena finito di leggere l'ultimo libro di Pino Aprile, "Il Sud puzza", e volevo esprimere le mie impressioni.

Pino Aprile già con i suoi libri precedenti, uno su tutti "Terroni", aveva dimostrato il suo talento sconfinato. 
Il suo nuovo libro non fa eccezione.

La scrittura di Aprile è di rara bellezza, non solo per lo stile non banale, ma anche soprattutto per quel misto di cuore e cervello che trasuda in ogni frase. 
Il "Sud puzza" racconta tante cose del mio Sud, avvelenato dai rifiuti, dalla criminalità e dalla coscienza sporca di tanti uomini e di tantissimi politici; ma racconta anche di tante, tantissime associazioni di "ribelli positivi", gente comune che è stanca dei soprusi e "combatte" per lasciare un futuro migliore ai propri figli.
La rinascita di Ercolano, la resistenza civile di Taranto, i comitati della "terra dei fuochi" di Napoli, la Pedagogia della Resistenza in Calabria, i ribelli della Lucania, Addiopizzo in Sicilia, e tanto, tanto, tanto altro.

Aprile fonde in modo mirabile teoria delle reti, psicologia sociale, antimafia, sociologia, storia, antropologia culturale, resistenza e rivoluzione, restituendoci un capolavoro che andrebbe letto nelle scuole di tutta Italia (non solo al Sud).
Accettate un consiglio: correte in libreria e compratene una copia, non ve ne pentirete.


Sarebbero tante le frasi del libro da riportare, ma mi accontento solo di queste due:

"Chi si vergogna, o si nasconde o si riscatta. A capolinea della strada che comincia con la vergogna c'è il suo contrario, l'orgoglio. E posso dirvi che c'è tanta gente in marcia su quella via a Sud".

"Taranto, il primo maggio 2013, dibattito fra le associazioni per la rinascita della città: 
  relatore: << abbiamo fatto troppi sogni!>>
  dalla platea: << Aspetta a chiudere, manca il mio...>>"




martedì 26 novembre 2013

INSIEME AI GOONIES

Se avete amato come me l'indimenticabile film "I Goonies", non potete perdere il video che vi allego di seguito.
Il suo creatore, Herve Attia, è un genio e, come tutti i geni, è quindi anche bello sciroccato.
Non si è accontentato di ripescato i luoghi del film, ma si è spinto alla ricerca di un numero spropositato di inquadrature,  creando un paradossale parallelo temporale (prima-dopo) e divenendo egli stesso un personaggio del film!
Come chi scrive, immagino che anche Attia avrebbe voluto vivere l'avventura dei Goonies e questo l'ha spinto a costruire una macchina del tempo surreale, per poter essere lì con Willy l'orbo.
Davvero qualcosa di speciale.
NB: naturalmente ha fatto la stessa cosa per molti altri film famosi, ma per il momento accontentiamoci.



venerdì 25 ottobre 2013

LA SINDROME DI NERONE DI ERRICO BUONANNO

Ho appena letto il libro "la sindrome di Nerone" di Errico Buonanno, un saggio di 200 pagine circa nelle quali l'autore cerca di sviluppare una tesi già nota ma, non per questo, poco interessante: visto che i più grandi tiranni della storia, anche contemporanea, sono stati tutti artisti falliti, c'è un legame tra le frustrazioni del fallimento artistico e lo sviluppo delle alchimie politiche che portano alla tirannide?
Ogni capitolo è dedicato ad un dittatore, del quale si narra la triste parabola artistica e lo sfogo delle sue frustrazioni e del suo risentimento fino alla presa del potere. Ogni storia sembra diversa solo al principio, incanalandosi poi in un già visto che mette i brividi. Se il parallelo Hitler - Mussolini appare scontato, si fatica un po' di più con Karl Marx, Che Guevara e Stalin. Non mancano i colpi di scena e le storie improponibili come quelle del regime nord coreano e del suo Kim Jong-il.
La "sindrome" riconosciuta a tutti i tiranni della storia, anche quelli apparentemente più illuminati (vedi Napoleone), lascia una misera considerazione di fronte alla quale siamo nudi come vermi, sintetizzabili con una domanda: se invece di bocciare la mancanza di talento del giovane paesaggista Hitler, i suoi contemporanei l'avessero valutato con più furbo favore, si sarebbe disinnescata la bomba di odio e risentimenti che dopo qualche anno avrebbe acceso la stella diabolica del tiranno?
La stessa domanda si ripete per il giovane scrittore mangiapreti nonché violinista di Predappio, per l'aspirante poeta georgiano, per il regista in erba nord coreano, etc etc.
Naturalmente a questa domanda non c'è risposta, tanto più che l'automatismo "mancanza di talento-aspirazioni massime-sete di potere artistico-ripiego rancoroso in politica-presa del potere autoritaria-tirannide" non è affatto scontato. Quanti mediocri restano nell'anonimato, schiacciati dal peso rancoroso del fallimento artistico, senza per questo trovare valvole di sfogo così fortunate per il proprio ego e sfortunate per il popolo?
Gli spunti tragicomici del libro sono numerosi, un po' smorzati dall'idea di aver a che fare con la malvagità di tipi come Goebbels, Hitler o Saddam, ma ben presto si resta avvinghiati da un moto di tristezza tipico della consapevolezza.
Si, perché è chiaro che chi si macchia di atrocità così tremende, prima ancora che un mostro malvagio,  è un patetico fissato, vittima della propria insicurezza e dei propri fallimenti. 
Quante volte ripensando a gente come Mussolini o Hitler mi sono ritrovato in uno stato ambivalente di odio e di pena?
Mostri malvagi, carnefici di vittime innocenti ma anche della loro triste e patetica anima.
Un bel libro, ricco di aneddoti sui quali riflettere e di concetti da analizzare, quest'ultimi non tutti condivisibili, ma che allargano gli orizzonti della mente.
Il paradosso della macchina del tempo vale anche qui: potendo tornare indietro nel tempo, siete sicuri che non provereste in tutti i modi a lanciare la carriera del giovane pittore austriaco Adolf , spendendo tutti i vostri averi per supportarlo nel suo percorso artistico?
Io, per esempio, lo farai di certo.

Libro consigliato!